OMA e “preservation” alla Biennale di Venezia

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In occasione di questa dodicesima edizione della Mostra Internazionale di Architettura – la Biennale d’Architettura – è stato attribuito il Leone d’oro alla carriera a Rem Koolhaas, pensatore ed architetto olandese la cui fama è ormai indiscussa e riconosciuta.

 

Nella motivazione, il Direttore della 12 Mostra Kazuyo Sejima (per il genere si sceglie qui di seguire la linea ufficiale della Biennale) scrive: “Rem Koolhaas ha ampliato le possibilità dell’architettura focalizzandosi sulle relazioni tra le persone e lo spazio. Crea edifici che stimolano l’interazione tra le persone, raggiungendo in questo modo ambiziosi obiettivi per l’architettura. La sua influenza nel mondo va ben oltre l’architettura, ispira infatti persone dei più svariati campi disciplinari che traggono grande libertà dal suo lavoro”. Nella Mostra del 2010, OMA – Office for Metropolitan Architecture, lo studio di Rotterdam che Koolhaas ha fondato nel 1975 insieme a Elia e Zoe Zenghelis e Madelon Vriesendorp – offre una panoramica sulla tematica della conservazione del patrimonio culturale materiale, utilizzando la “controparte” di OMA, il laboratorio di ricerca integrato e denominato AMO, invertendo l’acronimo. AMO/OMA propone una riflessione sul rapporto tra la volontà e il bisogno di trasformare i nostri spazi attuali e il bisogno e la volontà di preservare i segni del passato. La narrazione prende una forma triplice che comincia con l’esposizione introduttiva – il catalogo ufficiale della Mostra utilizza il termine di “vestibolo” per indicare questa parte – ove si incontrano “reperti” provenienti da progetti conservativi di OMA, e si conclude con uno spazio che evidenzia la molteplicità delle questioni di interazione con il patrimonio materiale che AMO/OMA affrontano nel quadro della loro attività professionale. La parte centrale è il corpo di un’articolata riflessione sul rapporto che oggigiorno stiamo sviluppando con i tempi passati e le loro produzioni. AMO/OMA evidenzia la difficoltà nella negoziazione del tempo presente con gli altri tempi, compreso il futuro, tempo ormai facente parte la coscienza attuale. Presenta una lettura significativa dell’aumento esponenziale delle aree giuridicamente protette, disaggregandone i dati e offrendo – implicitamente – una serie di tendenze che paiono, almeno nella lettura dei pannelli esposti come una lunga serie di slide in una conferenza, incontrollabili. Con la dissacrante forza con la quale le riflessioni di Koolhaas affrontano le tematiche spaziali della costruzione, vengono presentati i dilemmi della massa di territorio salvaguardato, del suo incremento, della sua composizione e del suo legame con i mercati “secondari” (turismo e fondiario principalmente). La questione del rapporto tra nuove azioni e rispetto del passato si evidenzia nel percorso espositivo che arriva a presentare, ovviamente in modo provocatorio, un’immagine dell’ex Palazzo della Repubblica (Democratica Tedesca) a Berlino, palazzo recentemente demolito. La didascalia espone il dilemma: “L’intolleranza della nostra generazione toglie il respiro; se i criteri che hanno portato all’eliminazione del Palast der Republik di Berlino fossero stati applicati nel passato, per esempio rispetto ai Romani, non ci sarebbe rimasta la storia …”. 

 

 

 

 

Al contempo la riflessione propone, tra il serio e il faceto, una rilettura di due documenti fondamentali per la comunità mondiale: la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale e naturale (Unesco 1972, il documento fondante la globalizzazione del fatto patrimoniale) e il documento, sempre Unesco, indicante i Criteri per il riconoscimento del valore patrimoniale universale (Outstanding Universal Value) che legittima l’inclusione del sito nella lista dei beni patrimoniali dell’umanità. A questi due documenti ineludibili ne vengono provocatoriamente affiancati altri due, elaborati sulla loro falsariga: la Convenzione AMO per la demolizione del pattume culturale universale (Concention concerning the demolition of world cultural junk) e i Criteri per il riconoscimento dell’insignificante banale universale (Insignificant Universal Junk – è ardua la traduzione in italiano di Junk, che varia da pattume a paccottiglia, da senza valore a fastidioso). Nella battaglia già intrapresa con Bigness Junkspace si inserisce un’ulteriore riflessione sul futuro della produzione spaziale, conscia delle ragioni per la diffusione dell’attuale modus operandi edificatorio, spesso banale e insignificante, ma anche dell’esponenziale ricerca di riferimenti culturali e spaziali nel passato. L’ottimismo della ragione porta a immaginare un momento di sintesi tra queste due pericolose derive, ringraziando AMO/OMA per aver proposto la riflessione e l’ardito accostamento.  

 

Si riporta il documento indicante i Criteri per il riconoscimento dell’insignificante banale universale.

Criteria for the assessment of Insignificant Universal Junk (IUJ)

The committee considers a property as constituting Insignificant Universal Junk if the property meets one o more of the following criteria. Nominated properties shall therefore:

  1. Represent a lack of human creative genius;
  2. Exhibit a neglect of social values, over a span of time or within a cultural area of the world, regarding developments in architecture or technology, monumental arts, town-planning or landscape design;
  3. Bear a mundane or at least unremarkable testimony to a cultural tradition or to a civilization which is living or which has disappeared;
  4. Be an average example of a type of building, architectural or technological ensemble or landscape which illustrates (an) insignificant stage(s) in human history;
  5. Be an example of an anti-social human settlements, transient, cynical land-use, or sea-use which is representative of a culture (or cultures), or human interaction with the environment and is an obstruction to irreversible change;
  6. Be directly or tangibly associated with events or non-traditions, with ideas, or with beliefs, with artistic and literary works of Insignificant Universal Junk;
  7. Contain appalling synthetic phenomena or areas of overdeveloped saturation and aesthetic insignificance;
  8. Be banal examples representing minor stages of earth’s history, including the record of life, significant on-going geological processes in the development of landforms, orinsignificantgeomorphic or physiographic features;
  9. Be banal examples of insignificant transient ecological and biological processes in the evolution and development of terrestrial, fresh water, coastal and marine ecosystem and communities of plants and animals;
  10. Contain the most insipid and insignificant examples of habitats lacking diversity, including those contain over-protected types from the point of view of science or conservation.

 

 Romeo Carabelli