I Centri rurali di fondazione in Libia: La definizione ex novo dei modelli di urbanizzazione della regione costiera.

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The rural centres established in Libya: The definition of some models of urbanization of the coastal region. Italy started its colonisation of Libya in 1911 with the occupation of Tripoli. The whole territory was “pacified” only in the 1930s after a rude military campaign. After the First World War, the Italian government decided to develop in Libya a large agricultural colonisation with the immigration of thousands of people in the Northern Africa’s provinces. This rural implantation produced some legacies of colonial occupation that have profoundly affected the process of human settlement of the area, clearly defining the post-colonial development in the region. 

The territorial and landscape projects from the beginning of colonization, largely improved during the last period of the fascist regime, aimed at a wide distribution of the Italian presence all over the agricultural lands, following the mythic idea of a global control and the need of (re)settlement of a large portion of rural unemployed population. The fascism distributed on a large scale its symbols of power, mainly through new architectural and urban installations: not only in the major towns but also in smaller ones and in “virgin lands” that were colonised with the installation of new facilities and houses devoted to host new rural population. Actually, the symbols of fascism were scattered quite everywhere. Rural settlements – usually known as “villages” - represent a specific political will that started in 1934 leaded by public bodies, at first the Ente per la Colonizzazione della Cirenaica (ECC) and the INSFPS, and later – after the fusion of the two provinces in the single colony of Libya – by the Ente per la Colonizzazione della Libia (ECL). 1938 and 1939 were the most important peaks of rural immigration, the trend changed dramatically in the following years, when Italy was involved in the Second World War. In order to host so many new settlers, several new villages were built in a short time, spreading out over, the most of the time, “free” agricultural land, the fascist credo in its material setting. I Centri rurali di fondazione in Libia: La definizione ex novo dei modelli di urbanizzazione della regione costiera.[1] Gli interventi edilizi realizzati durante l’occupazione coloniale hanno prodotto un lascito che a volte è percepito come violento. Nel periodo che segue la fine della colonizzazione l’eredità tangibile sopravvive ai cambiamenti politici, scomodo testimone del passato, parte integrante del presente. In Libia i lasciti dell’occupazione coloniale italiana hanno profondamente inciso sul processo di antropizzazione del territorio, definendo in modo inequivocabile lo sviluppo post-coloniale della regione.  Le realizzazioni architettoniche dall’inizio della colonizzazione, e in modo più massiccio con l’avvento del regime fascista, mirarono a una distribuzione della presenza italiana diffusa su tutte le provincie settentrionali del territorio. Finalizzato ad un controllo globale, il fascismo distribuì su larga scala i segni del potere: non solo le città maggiori, ma anche i centri minori vennero dotati di casa del fascio e chiesa, scuole e mercati furono realizzati lungo le vie di maggiore percorrenza, i “simboli” del fascismo vennero disseminati ovunque[2]. Agli interventi urbanistici e edilizi all’interno delle città esistenti si affianca, a partire dal 1934, un secondo livello di urbanizzazione, con la realizzazione lungo la fascia costiera di centri e borgate rurali di nuova fondazione, nuclei urbani generati ex novo per lo sfruttamento agrario. La costituzione di questi nuovi nuclei ha definitivamente condizionato il territorio, altrimenti vergine da forme di antropizzazione stabili, determinando la nascita di città, l’instaurarsi di gerarchie urbane, il crearsi di un’intensa maglia relazionale. Questo testo ripercorre le tappe storiche della colonizzazione agraria in Tripolitania e Cirenaica, mettendo in evidenza quanto da dopo la fine dell’occupazione il sistema di gestione del territorio abbia dato avvio, sebbene in modo non pianificato, ad una serie di fenomeni urbani che definiscono ancora oggi le aree della fascia costiera libica. I CENTRI E LE BORGATE RURALI: la colonizzazione agraria del territorio  I primi centri costruiti nel 1934 Il tema della colonizzazione a fini di popolamento è uno dei cavalli di battaglia dei promotori dell’espansione coloniale. L’idea di trasferire sulle coste libiche, assoggettate e quindi italiane, il surplus della popolazione interna, risponde alla necessità di affermazione nazionale della ancor giovane Italia: i sostenitori del colonialismo giustificavano così l’inevitabilità di possedere colonie, così che il fenomeno di emigrazione sarebbe stato contenuto all’interno dei confini nazionali[3]. Questo binomio volontà di potenza / ricerca di una soluzione a problemi – surplus demografico, emigrazione, disoccupazione – rimane invariato anche con l’ascesa al potere di Mussolini. Con l’avvento del fascismo la politica demografica nei confronti della colonia non si discosta immediatamente dalle linee seguite dai precedenti governi. L’enorme novità viene introdotta nel decennio successivo e riguarda il fatto pratico. La colonizzazione demografica di massa viene infatti pianificata e attuata dal regime: Mussolini traduce la risoluzione a problemi sociali interni in opera visibile, immediatamente realizzata, proclamata alle masse come vittoria assoluta del fascismo. La costruzione dei centri e delle borgate rurali è il mezzo per attuare il progetto di colonizzazione demografica agraria, attraverso il trasferimento delle famiglie di contadini che avrebbero lavorato, rendendoli fertili, i terreni della “nuova patria libica”. La colonizzazione rurale del territorio inizia nel 1934 in Cirenaica e viene gestita dall’Ente di Colonizzazione della Cirenaica (ECC). L’ECC venne istituito nel 1932 come organo intermedio tra lo Stato e le famiglie dei coloni, con lo scopo di aumentare il numero di italiani fissi in colonia, accompagnando i coloni nella valorizzazione dei terreni fino al riscatto del fondo in proprio. L’istituzione dell’Ente fu idea di Arnaldo Maugini, consigliere tecnico del Ministero delle Colonie e uno dei massimi promotori e artefici della colonizzazione agraria in Libia, che propose l’introduzione di un ente parastatale che funzionasse come un latifondista, ma con obblighi specifici legati all’immissione di famiglie di lavoratori italiani sui territori da valorizzare. L’Ente usufruiva dell’apporto finanziario di numerosi istituti nazionali[4] e del demanio statale che acquistava o gli veniva attribuito quasi gratuitamente dallo Stato perché fosse valorizzato. Il Governo forniva terreno libero da tasse e si assumeva l’onere di realizzare tutte le infrastrutture primarie e le opere di carattere generale (strade, acquedotti, pozzi, costruzione dei centri rurali), mentre all’Ente spettava il compito di bonificare il terreno, dividere in lotti, costruire le abitazioni rurali e fornire assistenza e consulenza alle famiglie di contadini trasferiti. Gli anticipi versati alle famiglie, il valore dei lotti e delle scorte, il costo delle case coloniche e l’importo dei lavori eseguiti dall’Ente concorrevano a costituire il prezzo del podere, che la famiglia contadina avrebbe riscattato nei tempi e modi definiti man mano dai contratti colonici stipulati tra famiglia e Ente. In base a studi finalizzati a stabilire la potenziale produttività del territorio, vennero scelte e lottizzate quattro aree considerate adatte per qualità dei terreni e tassi di piovosità, su cui vennero costruiti – in posizione circa baricentrica al comprensorio - i centri rurali di Beda Littoria, Primavera (rinominato in Luigi di Savoia), Razza e Berta. I centri rurali erano formulati come dei centri logistico - direzionali: ospitavano una casa del fascio, una scuola, un mercato coperto, un ufficio per l’Ente, una chiesa, una caserma di polizia, un ufficio postale. I contadini non abitavano nel centro stesso, ma sparsi sul territorio, secondo uno schema già sperimentato per la colonizzazione rurale sulla pianura Pontina. Nel 1934 le abitazioni rurali vennero organizzate in piccoli gruppi sui lotti da coltivare, concentrate intorno ad un pozzo di acqua dolce per facilitare l’approvvigionamento idrico. Dal 1938 le abitazioni coloniche vennero invece pianificate come unità singole per una sola famiglia di contadini, costruite direttamente sul lotto assegnato, così da rafforzare il diretto contatto con la propria terra[5]. Alla fine del 1935 in Tripolitania operava un’altra istituzione parastatale, l’Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale (INFPS). Lo scopo dell’Istituto era di intraprendere un progetto di colonizzazione agraria in Tripolitania del tutto simile a quello intrapreso dall’ECC in Cirenaica, finalizzato ad alleggerire la disoccupazione interna in madrepatria: dalle regioni con tasso di disoccupazione più alto sarebbero state prelevate famiglie da dislocare in colonia, utilizzando i fondi economici destinati alla disoccupazione. Il ruolo delle due istituzioni era identico, regolato dal complesso di leggi emanate nel 1928 durante il governatorato di Emilio De Bono[6]. L’INFPS ottenne così un terreno in zona di Bir Terrina, a ovest di Tripoli, dove nel 1936 sorse il comprensorio e il centro rurale dedicato a Michele Bianchi, che segnò l’avvio della colonizzazione agricola in Tripolitania. Il centro rurale venne ultimato nel 1938, e con il passare degli anni acquistò sempre maggiore importanza, fino a diventare il nucleo direzionale dell’INFPS anche per gli altri centri in Tripolitania[7]I centri costruiti nel 1938 e nel 1939: la colonizzazione demografica intensiva “Attraverso la colonizzazione demografia intensiva […] noi otterremo che masse di braccianti agricoli – sui cui grava il peso inesorabile della disoccupazione stagionale – vengano fissate alla terra ove potranno crearsi, col loro lavoro, quella piccola proprietà che è garanzia di prosperità, di stabilità, di sana tradizione famigliare, di prestigio e dignità morale, di ordine politico. Questo tipo di colonizzazione realizza veramente la famosa formula: la terra ai contadini.”[8]. Nonostante i centri realizzati nel 1934 e i contributi statali messi a disposizione a favore dei concessionari per la valorizzazione agraria[9], la colonizzazione demografica rurale stava progredendo a fatica, e il numero di italiani dimoranti in Libia rimaneva inferiore alle previsioni. Da ciò che emerge dal censimento agrario del 1937, primo organico tentativo di riassumere l’attività svolta fino a quel momento, a tutto quell’anno la popolazione agricola italiana dell’intera colonia comprendeva 2.711 famiglie, per un totale di 12.488 membri, numero irrisorio rispetto alle previsioni e alle necessità che il surplus demografico in madrepatria richiedeva[10]. E’ nel 1938, con la legge per la colonizzazione demografica intensiva, che Italo Balbo dette un impulso definitivo alla colonizzazione agraria tramite famiglie di italiani, programmando il trasferimento di 500.000 italiani entro il 1950[11]. La differenza fondamentale rispetto ai sistemi precedenti sta nell’eliminazione del livello intermedio tra stato e famiglie di agricoltori: abolendo i concessionari privati, i capitali messi a disposizione dallo stato sarebbero arrivati direttamente a favore della categoria per cui erano stati pensati, le famiglie dei contadini anche se nullatenenti[12]. Balbo, inoltre, prepone al fattore economico quello politico. Se ancora nel 1934 si mirava ad un obiettivo economico, nel 1938 il fine della colonizzazione è un immediato successo da propagare come atto vittorioso del fascismo, piuttosto che un risultato economico effettivo impostato su un progetto a lunga scadenza. Scrive Volpe, direttore del mensileBonifica e Colonizzazione, nel 1938: “Un’impresa come quella della colonizzazione demografica è anzitutto o più di tutto un’impresa politica ed è quindi nella sfera politica che essa deve esclusivamente venire giudicata e giustificata: ed il giudizio e giustificazione sono, come s’è detto, già chiari alla mente di tutti. Il criterio economico perciò non può qui accampare diritti e posto che non ha.”[13]. Per quanto riguarda il funzionamento per l’immissione di coloni, la legge prevedeva che lo stato versasse fondi al Governo Generale della Libia, che provvedeva a tutte le opere di sua competenza per la formazione dei centri rurali, per l’esecuzione delle strade, degli acquedotti con relativi pozzi artesiani, delle cisterne, dei pozzi ordinari con impianti di sollevamento e distribuzione, delle linee telegrafiche e telefoniche, preparando inoltre l’attrezzatura necessaria alla esecuzione di opere idriche. L’Ente di Colonizzazione della Libia (rinominato così in seguito all’ampliamento delle competenze dalla Cirenaica anche alla Tripolitania) e l’INFPS si occupavano della lottizzazione dei terreni, ceduti gratuitamente dal Governo della Libia, ed al relativo appoderamento, e a predisporre l’ambiente adatto per accogliere le schiere dei rurali, funzionando come intermediari tra l’opera dei coloni e lo Stato, ma gestendo capitali esclusivamente statali[14]. Per le famiglie contadine era previsto inoltre un sussidio a fondo perduto sul costo complessivo del podere (che comprendeva costo dell’abitazione, del lotto, e eventuali debiti contratti nel tempo) del 30% circa. Il resto doveva essere ammortizzato dai coloni in un periodo variabile (dai 30 ai 40 anni circa) pagando tassi di interesse minimi. I centri realizzati nel 1938, e quelli successivi nel 1939, sorsero quindi in un clima politico molto diverso rispetto ai primi del 1934, e fattori quali la produttività agricola effettiva, la disponibilità di acqua per l’irrigazione o il guadagno effettivo calcolato sul lungo termine, passarono in secondo piano rispetto al progetto di insediamento di un alto numero di famiglie di coloni. Nel 1938 per accogliere il primo scaglione di 1800 famiglie di coloni furono individuate in Tripolitania tre zone su cui concentrare la colonizzazione[15]: 1) Nella Gefara centro occidentale con piovosità abbastanza buona e presenza di acque freatiche non troppo profonde (12-15 m): furono messi a disposizione terreni per l’ampliamento del centro BIANCHI (i cui poderi erano responsabilità dell’INFPS), per il nuovo centro dedicato a GIORDANI (INFPS), per il nuovo centro OLIVETI (i cui poderi erano metà gestiti dall’ECL, metà dall’INFPS) 2) Sull’altopiano di Tarhuna, caratterizzato da precipitazioni abbastanza buone, con terreni più compatti e argillosi, e assenza di acque sotterranee: furono messi a disposizione terreni per l’ampliamento del centro BREVIGLIERI (ECL) e terreni dati in gestione all’INFPS, che facevano riferimento al centro già esistente di Tarhuna, ma non a villaggi di nuova costruzione. 3) Nella Tripolitania Orientale, a sud di Misurata, in zona a scarsa piovosità con terreni calcarei e con rocce affioranti in molti punti, furono messi a disposizione terreni dove sorsero i centri CRISPI e GIODA (i cui poderi erano entrambi gestiti dall’ECL). In Cirenaica la colonizzazione si concentrò sull’altopiano del Gebel, dove erano sorti i primi quattro villaggi, e che grazie a un tasso di piovosità abbastanza alto, assicurava le condizioni necessarie all’avvaloramento agrario. Sorsero così i comprensori intitolati a BARACCA, OBERDAN, D’ANNUNZIO, BATTISTI e fu completato l’avvaloramento del territorio che faceva riferimento al centro MADDALENA. Tutti i comprensori erano gestiti dall’ECL. Il 2 novembre del 1938 la cosiddetta “Armata dei Ventimila” sbarcò a Tripoli, da qui le famiglie vennero trasportate nei comprensori assegnati, e nelle case coloniche relative[16]. La seconda ondata migratoria, del 1939, avvenne più in sordina e coinvolse 1.465 famiglie, per un totale di 10.907 persone. Le famiglie sbarcarono il 2 novembre del 1939 nella baia di Ras Hilal (tra Cirene e Derna) per poi essere trasferite via mare a Bengasi e Tripoli, e successivamente smistate nei comprensori di appartenenza. I nuovi comprensori realizzati in Tripolitania vennero dedicati a MICCA, TAZZOLI, CORRADINI e GARIBALDI e in Cirenaica a FILZI, SAURO e MAMELI[17]LE RELAZIONI TRA I NUOVI INSEDIAMENTI FASCISTI E IL TERRITORIO Il modello di gestione del territorio durante il fascismo Durante il periodo di colonizzazione fascista il sistema di insediamento e gestione del territorio si fondava sui centri rurali. Definito un comprensorio, un appezzamento di terreno di dimensioni variabili con potenzialità per l’agricoltura, questo veniva suddiviso in lotti dimensionati a seconda della valutata produttività dello stesso (dai 20 ai 40 ettari circa) sui cui veniva realizzata una abitazione colonica e insediata una famiglia. In posizione circa mediana al comprensorio era costruito il centro rurale. La legge del 1938 sulla colonizzazione demografica intensiva parla di “centri rurali” come unica unità organizzativa del territorio. I centri, che nella stampa diventano spesso villaggi[18], nell’articolo 1 della stessa legge sono definiti come “un nucleo di edifici destinati ad assicurare servizi pubblici o di pubblica utilità, costituito dalla Chiesa con la Canonica, dalle scuole e dalle abitazioni degli insegnanti, dall’ambulatorio medico con gli accessori e l’abitazione dei sanitari, dalla Casa del fascio e dalle organizzazioni del Regime, dalla ricevitoria postale e dai mercati, nonché, ove necessario, dalle sedi ed aventi loro accessori, dell’autorità di Governo, del Municipio o dei Reali Carabinieri.”[19]. Tutti i comprensori realizzati nel 1938 fanno riferimento ad un centro rurale. Unica eccezione è Gioda, che viene realizzato come “frazione” del vicino centro Crispi: qui mancano infatti l’ambulatorio medico e gli uffici dell’Ente, per cui le famiglie dovevano recarsi al vicino villaggio Crispi. Questa sorta di livello intermedio per la gestione del territorio, sperimentata quasi casualmente nel 1938, diventa al contrario fondamentale per gli insediamenti realizzati per i coloni trasferiti nel 1939. Dopo il primo trasferimento di massa, i terreni migliori sono infatti già stati assegnati per l’avvaloramento, inoltre per motivi di tempo (velocità di realizzazione) e per ovvie ragioni economiche, nel 1939 vengono ampliati i comprensori già esistenti. Si viene così a creare una categoria intermedia, un ibrido urbanistico, non definita nelle leggi sulla colonizzazione, quella dei borghi rurali. Aumentando la superficie dei comprensori, il centro rurale già realizzato si sarebbe trovato infatti troppo lontano dalle nuove case coloniche, e per rispondere alle necessità basilari delle famiglie, vengono costruite borgate rurali. Queste erano dotate solitamente della chiesa, la scuola, lo spaccio, mentre per funzioni non quotidianamente necessarie - come l’ufficio dell’ente, l’ambulatorio, la locanda – i contadini facevano riferimento al centro rurale o alla città più vicina. È il caso delle borgate Filzi, nata dall’ampliamento verso sud del territorio inizialmente di competenza del centro Baracca; Sauro, per l’ampliamento a nord-ovest di Maddalena; Micca, dall’ampliamento a est e ovest di Giordani; Tazzoli, per sopperire ai bisogni delle famiglie aggiuntesi a quelle già gravitanti su Tarhuna sul territorio a sud; e Corradini, a est di Tripoli. I piani di insediamento avevano scadenze annuali, frutto in parte dell’improvvisazione politica, e comunque dettati dalla necessità di trovare terreni liberi adatti alla valorizzazione agraria. La nascita del livello intermedio della borgata rurale come modello di gestione rientra nell’approccio pragmatico che il fascismo ha nella gestione della colonizzazione. Nella pianura Pontina i confini della zona da valorizzare demograficamente erano noti sin dall’inizio, e risultò perciò possibile stilare un piano, se non urbanistico generale, almeno di controllo gerarchico generale. In Libia al contrario la colonizzazione fu frutto di una programmazione annuale, gli interventi risultarono spesso completamente scollegati gli uni dagli altri e soprattutto non inseriti in un piano generale di amministrazione a scala più ampia. L’unico elemento di organizzazione generale pianificato ad una scala maggiore, fu la realizzazione della strada litoranea. In un territorio scarsamente antropizzato, come la Libia agli esordi della colonizzazione, uno dei fattori fondamentali per lo sviluppo dei nuovi insediamenti è infatti la possibilità di movimento, e quindi comunicazione. La strada litoranea, o Balbia, in onore del suo realizzatore, venne inaugurata nel 1937 per collegare la Tunisia all’Egitto attraverso la costa della Libia. Come tutti i grandi lavori realizzati durante il fascismo, anche la costruzione della strada litoranea diventò un boom pubblicistico, oggetto di numerosi articoli e pubblicazioni finalizzate a ribadire il legame tra progresso tecnico e fascismo[20]. Ma il pregio effettivo della strada costiera risiede nella funzione di collante tra le varie zone costiere. Tutti i centri rurali di nuova fondazione nascono proprio grazie alla presenza della Litoranea, che costituisce l’unica possibilità di comunicazione e trasporto[21]. Per questo anche nei progetti urbanistici dei centri, la strada di accesso è messa in scena, tanto che in alcuni casi il disegno urbano è un vero e proprio cul de sac: dal tronco principale della litoranea si distacca una diramazione che porta alla piazza, e qui si conclude. Nonostante l’estensione degli interventi abbracci in definitiva tutto il territorio costiero, le realizzazioni architettoniche durante il periodo fascista non considerano la possibilità di un’azione basata su una pianificazione a scala più ampia, che coinvolgesse tutta la regione in un disegno d’insieme. La peculiarità della colonizzazione libica attuata dal fascismo risiede nell’intervenire in un territorio scarsamente antropizzato. Questa enorme libertà di azione potenzialmente apre alla possibilità di ampliare la progettazione a una scala maggiore, a un’organizzazione urbanistica globale. Questa potenzialità non viene però presa in considerazione e gli interventi di intarsio dei centri rurali sull’esistente rimangono isolati. I centri rurali sono realizzati sull’onda dell’urgenza, nell’ottica della propaganda di regime che ricerca un risultato immediato e visibile a breve termine. I territori su cui sono realizzati erano scelti in base all’ipotizzata fertilità degli stessi e in base alla possibilità di esproprio. I primi centri sono quindi caratterizzati da una forma dei lotti regolare e geometrica, mentre quelli realizzati nel 1939, per la seconda ondata della migrazione di massa, comprendono al contrario lotti di terreno irregolari, frastagliati, di diverse dimensioni in modo da rispondere alla carenza di terreno fertile a disposizione. E la pianificazione avviene anno per anno, rendendo impossibile una programmazione di intervento suddivisa in tappe cronologicamente e tematicamente successive. Il fascismo non è stato in grado di (o non ha voluto) sfruttare le interrelazioni possibili tra centri rurali e città maggiori; i comprensori rurali (intesi come insieme composto dal centro funzionale e dai lotti di terreno con le rispettive famiglie di agricoltori) funzionano autonomamente, nell’ottica autarchica di un legame diretto tra produzione e consumo. I lasciti sul territorio e l’attuale riutilizzo[22] I comprensori furono pianificati dal fascismo come un organismo perfetto immutabile, in cui la produzione delle singole famiglie era sufficiente al sostentamento delle stesse e a ripagare i debiti contratti. Il numero delle famiglie da inserire in un comprensorio era stabilito al momento della definizione dell’estensione totale del comprensorio stesso, quindi del numero di lotti in cui sarebbe stato diviso e delle case coloniche. Impossibile quindi un aumento delle famiglie, o dei membri delle stesse, il sistema sarebbe collassato per mancanza di spazio o di sostentamento. I comprensori non erano inoltre ampliabili: mentre i primi centri nascono come isole in uno spazio libero, quelli realizzati nel 1938 e ’39 si incastrano gli uni negli altri: non c’è possibilità di allargare i terreni coltivati perché le parcellizzazioni sono a tappeto, e ogni comprensorio confina con il successivo. Il fascismo crea un sistema in equilibrio perfetto, in cui produzione e consumo si uguagliano all’infinito, postulata l’inalterabilità delle premesse. Con la fine del fascismo termina il progetto autarchico che aveva guidato logisticamente i centri. Si sblocca il legame di dipendenza univoca tra centro rurale - case coloniche e famiglie dipendenti. Si allarga quindi il confine ideale dei comprensori, e si intensificano le relazioni tra gli stessi e le città principali. In definitiva con la fine del colonialismo si attivano autonomamente le relazioni che il fascismo non aveva intuito e saputo (o voluto?) sfruttare, e con il passare del tempo la rete delle interrelazioni di dipendenza si è intensificata e estesa a tutto il territorio. Questo nuovo schema di amministrazione su scala più ampia ha determinato la sorte post-coloniale dei centri rurali. All’oggi è possibile riassumere l’utilizzo e il ruolo urbanistico dei centri in tre categorie, formulate in base a quanto la funzione attuale rispecchi l’originale funzione di polo accentratore. Alcuni centri rurali sono stati inglobati all’interno della espansione urbana delle grandi città, diventando uno dei nodi sulle vie di principale comunicazione. È il caso di Oliveti (oggi Giuda'im)[23], sulla strada da Tripoli verso Sabratha. Gli edifici del centro hanno perso le gerarchie interne impostate dal fascismo, e sono oggi pragmaticamente riutilizzati dagli abitanti. La chiesa ha ospitato fino al 2004 circa un supermercato, al 2005 è rimasta vuota. Stessa sorte è osservabile per la borgata Corradini (al-Ganima), oggi uno dei nuclei periferici di Tripoli lungo la strada verso Misurata. Anche qui le gerarchie sono state annullate, la cappella è rimasta vuota, e gli altri edifici intorno alla piazza sono utilizzati a fini diversi dalla popolazione locale. La città di Tarhuna, nell’entroterra tripolitano, ha allargato i propri confini, fino ad includere il centro Breviglieri (al-Khadra) all’interno delle proprie frange urbane. Anche in questo caso è possibile osservare come il centro abbia perso la funzione di nucleo polarizzatore per la popolazione limitrofa, e sia diventato uno dei poli abitati gravitanti intorno a Tarhuna. Questa posizione di dipendenza ha fatto sì che la struttura urbana non fosse stravolta da impellenti necessità di riutilizzo, e che gli edifici intorno alla piazza si conservassero fino ad oggi al loro stato originale. Sono state inoltre annullate completamente le gerarchie che governavano l’impianto durante il fascismo: oggi la chiesa è chiusa e inutilizzata, mentre la casa del fascio ospita un bazar al piano terra, e abitazioni al piano superiore. Altri centri rurali hanno ad oggi mantenuto e incrementato la funzione di centro: gli esempi più estremi di sviluppo urbanistico sono Beda (al-Bayda) e Tazzoli (Sidi as-Sayyid), completamente modificati per rispondere alle esigenze della popolazione attuale e oggi città pulsanti. La borgata Tazzoli è stata quasi completamente demolita nel corso del tempo: la posizione di isolamento nei confronti delle città più grandi (Tripoli a nord, Tarhuna a est) ha determinato l’esigenza di demolizione per un attuale adattamento e riutilizzo. Le iniziali costruzioni hanno comunque determinato la posizione dei nuovi edifici e, nonostante dell’originale impianto non rimangano che alcuni archi, l’impronta data durante il fascismo ha determinato la direzione dello sviluppo urbanistico locale. Stessa sorte è toccata a Beda, uno dei primi centri realizzati dal fascismo nel 1934 sul ramo della litoranea più vicino alla costa[24]. Oggi è diventata una città di media grandezza, al cui interno è comunque ancora individuabile il primo nucleo degli edifici realizzati durante la colonizzazione. Sono rimaste intatte la chiesa, oggi adibita a bazar, come anche la piazza antistante l’edificio religioso, attraversata dalla litoranea ed oggi principale asse viario della città. Il centro Razza (Massa), situato a pochi chilometri da Beda sulla litoranea tra Barce e Cirene, ha invece conservato intatti gli edifici del nucleo iniziale pur diventando, al pari di Beda, un centro pulsante autonomo. La piazza originale è ancora riconoscibile, gli edifici che la circondano esistono ancora e sono in uso, unica modifica di notevole rilevanza è il sistema viario, per cui oggi una strada attraversa la piazza in senso trasversale, tagliando in due parti quello che venne pianificato come organismo unitario. Le gerarchie funzionali che un tempo governavano lo spazio della piazza sono state completamente annullate e gli edifici occupano oggi un unico piano gerarchico, riadibiti in modo pragmatico ad abitazioni. Per Razza e Beda è osservabile quindi una sorte simile, dovuta alla posizione geografica scelta durante l’occupazione, che ha impostato il successivo sviluppo dell’area. I due centri vennero realizzati lungo il braccio della litoranea più vicino alla costa, tra i poli abitati di Cirene a est e Barce a ovest[25]. La posizione geografica è risultata evidentemente favorevole, tanto che lo schema urbano dettato durante il fascismo ha costituito la base dell’attuale urbanizzazione del territorio.Anche il centro Bianchi (az-Zahra) in Tripolitania ha continuato lo sviluppo urbanistico definito durante l’occupazione, e si è allargato e sviluppato radialmente in corrispondenza delle strade di maggiore percorrenza. Ha conservato intatti gli edifici che si affacciano sulla piazza principale, occupata oggi al suo centro da un bar. Nonostante le costruzioni ancora ricordino senza dubbio la dominazione fascista, sono state cancellate completamente le gerarchie funzionali che ne governavano lo spazio. Oggi la chiesa è occupata da un bazar e da uffici (al suo interno sono stati ricavati due piani), così come la casa del fascio, al piano terra destinata ad uso commerciale, e al primo piano riadibita ad abitazioni. Anche il municipio è occupato da abitazioni civili, mentre la scuola e il mercato coperto hanno mantenuto le funzioni originali. Infine alcuni centri, pur mantenendo la funzione di centro, non sono stati oggetto di uno sviluppo demografico intensivo, sono rimasti scarsamente abitati e a tutt’oggi isolati. Per Crispi (Tumminah) e Gioda (al-Krarim), in Tripolitania, già al momento della colonizzazione era evidente il problema di approvvigionamento idrico, considerato il basso tasso di piovosità. La posizione isolata sulla strada verso Sirte ha inoltre contribuito al congelamento dello sviluppo urbano. Gli edifici sono oggi ancora abitati, facilmente riconoscibili perché non oggetto di modifiche. La regione intorno ai centri ha una densità edilizia scarsa, e ancor oggi, come del resto durante l’occupazione, rimangono i due avamposti isolati verso sud, in direzione del deserto della Sirte. Stessa sorte è stata anche osservata per il centro Garibaldi (ad-Dafniyya), oggi poco più di un gruppo di case intorno a quella che era la piazza principale. La chiesa è stata trasformata in moschea e la gerarchia degli edifici impostata dal fascismo è rimasta ironicamente ancora intatta: la moschea, come la chiesa durante il periodo coloniale, riveste il ruolo di catalizzatore spaziale e sociale. I centri Baracca (al-Farzuga) e Maddalena (al-'Awilya) risentono della vicinanza di Barce e, sebbene ancora abitati, non si sono ampliati tanto da cancellare l’aspetto originale. Baracca probabilmente a causa della posizione decentrata verso ovest, è rimasto quasi congelato al momento della realizzazione e resta uno dei centri meglio conservati. Gli edifici sono stati pragmaticamente occupati dalla popolazione locale che ha cancellato le originali gerarchie impostate sulla presenza della chiesa – oggi palestra - e della casa del fascio. Simile situazione è leggibile nello sviluppo del centro Marconi (Uadi Gsi'a), sulla strada interna tra Tarhuna e Homs. L’isolamento iniziale ha fatto sì che il centro rimanesse abitato, come del resto lo è tutta la regione limitrofa, ma non si sviluppasse ulteriormente. Gli abitanti della zona gravitano prevalentemente su Tarhuna. Per i centri Oberdan (Batta) e Mameli (Omar al-Mukhtar) è possibile osservare lo stesso fenomeno: i due centri nacquero nell’entroterra, non direttamente sulla litoranea libica, in posizione decentrata e piuttosto isolata rispetto alla viabilità principale e alle città di maggiore importanza. La posizione isolata ha fatto sì che i due centri continuassero a svilupparsi in modo autonomo, sebbene l’incremento demografico ed edilizio fosse qui limitato. Costruzioni radiali confermano che i centri sono ancora in uso e gli edifici che si affacciano sulla piazza sono abitati ed hanno conservato l’aspetto originario. Anche in questo caso sono cadute le gerarchie che durante il fascismo governavano gli spazi pubblici. Un’annotazione particolare va fatta per i centri D’Annunzio (al-Bayyada) e Battisti (Quarnadah), interamente occupati oggi da una stazione di polizia. Il carattere monofunzionale dei due centri ne ha reso ancora estremamente statico l’aspetto. Al centro D’Annunzio i tetti a spioventi sono stati trasformati in coperture piane, e la torre campanaria è stata tagliata. Nonostante queste sostanziali differenze, il centro conserva oggi ancora l’aspetto originale, probabilmente perché non sono state necessarie nel corso degli anni micro modifiche che ne alterassero integralmente le relazioni spaziali e l’aspetto complessivo[26]. In definitiva, l’impianto impostato durante il fascismo ha costituito la base per l’utilizzo del territorio. Durante gli anni della colonizzazione, e soprattutto con i due gruppi di interventi nel 1938 e nel 1939, il fascismo ha occupato e antropizzato praticamente l’intera regione costiera, definendo in modo inequivocabile le linee di sviluppo successive. Durante l’occupazione gli interventi sul territorio funzionavano come isolati centri pulsanti, senza alcuna interrelazione gli uni con gli altri. Pianificati e realizzati per essere autosufficienti e bastevoli sotto tutti i punti di vista. È con la fine del fascismo e il passare degli anni, che un pragmatismo di fondo ha guidato il riutilizzo degli spazi già edificati. Spogliata di tutti i riferimenti metaforici e politici, eliminato quindi il piano psicologico di comunicazione[27], l’architettura è stata semplicemente rioccupata come spazio oggettivo e muto. Gerarchie nuove si sono imposte sulle precedenti, ad esempio nei casi in cui la chiesa è stata trasformata in moschea, sfruttando le capacità comunicative gerarchiche originali dell’edificio religioso. Urbanisticamente la dislocazione dei centri ha costituito il punto di partenza per il successivo sviluppo, una sorta di selezione naturale ha fatto si che alcuni s’ingrandissero progressivamente in modo autonomo, altri venissero abbandonati o inglobati dalle città maggiori. Oggi si assiste quindi ad una fitta rete di comunicazione e dipendenze che coinvolge tutto il territorio, basata sui più svariati fattori, ma che – fatto fondamentale – ha abolito le gerarchie iniziali impostate dal fascismo, sfruttando l’architettura come vuoto silenzioso contenitore.


[1] Il testo è una rielaborazione della pubblicazione Capresi, L’utopia costruita, BUP 2010. [2] Questo ricorrere incessante dei segni della presenza italiana è finalizzato a creare una continuità nel messaggio di controllo e dominazione da un lato, e dall’altro si rivolge più direttamente ai coloni trasferiti, che dovevano riconoscere la nuova patria come una diretta continuazione della penisola italiana. [3] Cfr. Claudio Segré, Fourth Shore. The Italian Coloniyation of Libya, University of Chicago, Chicago 1974. Nel 1939 la Libia diventa anche giuridicamente “quarta sponda” della penisola italiana, nominata in diciannovesima regione d’Italia. [4] Il commissariato per le Migrazioni e la Colonizzazione interna, i Banchi di Napoli e Sicilia, l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, l’Istituto previdenza Sociale; l’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul lavoro (già Cassa Nazionale degli Infortuni); la Banca Nazionale del Lavoro, il Consorzio Nazionale per il credito Agrario di Miglioramento, il Consiglio Provinciale dell’Economia Corporativa, I.C.L.E. Cfr. ASMAI, fondo Africa III, busta 73, fascicolo 2. [5] “Il ritorno alla terra” rientrava nel piano politico di Mussolini dedicato alla ruralizzazione, iniziato già nel discorso dell’ascensione del maggio del 1927 e portato avanti con riforme come la battaglia del grano del 1927, la legge sulla bonifica integrale nel 1928 e le riforme contro l’urbanesimo del 1939. [6] Le leggi del 1928 erano finalizzate ad aumentare il numero fisso di italiani in colonia, favorendo tramite sussidi statali l’inserimento delle famiglie di contadini. Cfr. RDL del 7 giugno 1928 (n.1695); RDL del 29 luglio 1928 (n.2433); Maugini in L’agricoltura coloniale 1935, p.116. [7] Molteplici gli interventi di miglioramento e ampliamento del centro. Del 1940 è databile un progetto che prevede l’iniziale nucleo inserito in un sistema radiale di strade concentriche alla piazza principale. Cfr. AS, fondo Libia, 5.B.IV, album verde. Si tratta dell’unico progetto per il centri libici rinvenuto che pianificasse una espansione urbanistica. [8] Italo Balbo, La colonizzazione in Libia. Conferenza tenuta nell’adunanza pubblica della Reale accademia dei Georgofili il16 aprile 1936-XVI e pubblicata negli “Atti”, sesta serie, vol.V, Tip. M. Ricci, Firenze 1939. [9] Cfr. complesso di leggi emanate nel 1928. [10] Cfr. Segré 1974, pp.100-102 e il cap. sul censimento agricolo del 1937, p.117. Anche Bartolozzi, in: L’agricoltura coloniale, n.7 luglio 1939, pp.429-435. [11] Decreto del 17 maggio 1938 (n.701) denominato “Provvedimenti per un piano di colonizzazione demografica intensiva in Libia”. [12] Balbo non idea niente di nuovo: la colonizzazione con fondi statali direttamente impiegati per le famiglie dei contadini, anche se nullatenenti, era stata proposta prima del complesso di leggi del 1928, contro cui si era scagliato Maugini adducendo il disinteresse che i contadini avrebbero dimostrato nell’amministrare denaro non proprio. [13] Giovanni Volpe, “La colonizzazione demografica in Libia occidentale”, in Agricoltura, Bonifica, Colonizzazione, ottobre XVI – 1938, anno II, n.10, pp. 897-934, p.917. [14] L’ECL e l’INFPS assumono quindi il ruolo di intermediari tra stato e agricoltori, perdendo il ruolo imprenditoriale che aveva caratterizzato i primi investimenti. [15] I centri vennero dedicati a martiri del fascismo e personaggi legati alla storia della colonizzazione agraria e della Libia. [16] L’arrivo dei coloni fu festeggiato e proclamato grazie ad un boom mediatico enorme: il fascismo sfrutta la coralità dell’evento colonizzazione come propaganda per le linee politiche attuate.[17] Interessante annotare che il contributo dello stato a fondo perduto per le famiglie di agricoltori aumentò al 33%, perché per la realizzazione dei comprensori vennero occupati gli ultimi terreni rimasti liberi, più accidentati e meno produttivi. Per il 1940 venne programmata la terza migrazione di massa, e da Florestano Di Fausto messo a punto il progetto per il borgo Torelli, mai realizzata a causa dello scoppio della guerra. Per il progetto di Borgo Torelli Cfr. Capresi, 2010. [18] Quasi tutta la stampa contemporanea parla di Villaggi, addirittura di Città, cfr. l’articolo “Si fondano le città”, in: Africa Italiana, 1,1, nov. 1938, pp.14,15 sui centri rurali fondati da Balbo per la prima ondata di coloni del 1938. [19] Articolo 1, del RDL 17 maggio 1938 n. 701, in: Governo della Libia, Direzione Affari Economici e Colonizzazione 1939, p.112.[20] Sulla Litoranea libica, cfr. Mc Laren, Architecture and Tourism in Italian Colonial Libya, 2006, pp.17-20; Bucciante, G., Lo sviluppo edilizio della Libia. Viaggio del Duce in Libia per l’inaugurazione della Litoranea. Anno XV. Note ad uso dei giornalisti, 1937; La Strada litoranea della Libia, anno XV E.F. e primo dell’Impero, Mondadori, Verona 1937; Ornato, G. Z., “La litoranea Libica. Magnifica realtà imperiale dell’Italia fascista”, in: Africa Italiana, anno II, 11, novembre 1939, pp.19-24, solo per citare i reportage più ampi. [21] Gli unici centri non direttamente affacciati sulla Litoranea sono i centri di Mameli e Oberdan, realizzati nell’entroterra. In questi due casi è evidentemente la disponibilità di terreni favorevoli all’agricoltura il motivo della decisione della posizione geografica. [22] Con oggi si intende la data dell’ultimo sopralluogo, estate 2009. [23] Per i nomi attuali dei centri, mancando una sistematica cartografia delle zone, si fa riferimento a fonti orali. La trascrizione in caratteri latini degli stessi si basa sulla pronuncia italiana, cercando di seguire la pronuncia libica dell’arabo. Mi scuso pertanto per eventuali imprecisioni. [24] Data la posizione intermedia tra Derna e Barce, Beda aveva acquistato già nel corso degli anni dell’occupazione un ruolo sempre più importante, subendo numerose modifiche. Nel 1937 il centro venne raddoppiato a specchio dal lato opposto della strada litoranea, e dotato di una sede municipale e un mercato coperto. Del 1939 è una fotografia aerea in cui si riconosce un deciso incremento di attività produttive e edilizia lungo la litoranea. [25] La carta del Touring al 1940 non indica lungo la strada altri centri abitati. [26] Per Battisti è impossibile una pur sommaria descrizione architettonica, perché proibito l’ingresso per motivi di sicurezza. [27] Fondamentale durante il fascismo: il regime crea un bombardamento di contenuti politici e religiosi utilizzando il piano simbolico, attraverso ad esempio il ricorrere incessante dei simboli del fascio, grazie alla visibilità dei campanili delle chiese e delle torri littorie, e alla posizione centrale e assiale per molti centri dell’edificio religioso, innalzato a elemento decisivo per l’impostazione planimetrica generale dei centri rurali.