Historic Urban Landscapes - an interview to Pr. Daniele Pini

Publié dans 02_Postcards

This text approaches the so-called Historic Urban Landscapes (HUL), the more recent complex way to deal with large and living urban heritage. Since 2005 – the year of the Unesco’ Memorandum of Vienna – the use of “urban landscape” is accepted and it symbolizes an integrated approach to the ‘usual’ urban heritage; that introduces both, recent and contemporary architecture and the notion of sustainable development at the heart of conservation of pre-existing historical urban fabrics. 

This concept is applied both to new sites entering the Unesco’ list and to the already labeled sites, even if the heritage site is listed as world heritage “spot” monument and not as a territory. The application of this notion of HUL allows the integration of all those elements in the planning process and safeguard strategy. It enables the integration of the “neighborhood" value and a dynamic approach to the heritage development and preservation. Several contemporary cities are settled on archaeological sites and no one imagines the demolition of the nineteenth century buildings to "restore" the medieval city; or to destroy the medieval city to resume the Neolithic village. Both stratification and changes belong to nowadays historical urban landscape. At the same time, in this large context, time and change become effective players. Stones or bricks may be untouchable; but the complex social reality which is a historical urban landscape, however, refuses to be immobilized. Transformations control is therefore a primary objective and the acceptation of the evolution becomes compulsory. It is a dramatic change in the conservation vision because it accepts a new concept: the renewal.   The new vision requires new means and instruments; this is the reason that prompted the World Heritage Centre of UNESCO to draft a new "recommendation". The heritage management plan is now an unavoidable part of safeguard strategy and one of the objectives of the "recommendation" on "Historic Urban Landscapes" is precisely to supply an appropriate tool to States interested in developing some management plans for their heritage sites. 

«Chiedo scusa per il ritardo: ieri è crollato un immobile a New Gourna e stiamo cercando d’organizzare una missione d’urgenza…». L’intervista incomincia così, in un clima da pronto soccorso: il comitato scientifico dell’UNESCO, di cui il professor Daniele Pini fa parte, è virtualmente riunito al capezzale del villaggio egiziano costruito da Hassan Fathy tra il 1946 e il 1952 e da qualche mese oggetto di un programma di recupero lanciato con l’aiuto del Comitato per il Patrimonio Mondiale. Il sito egiziano di New Gourna, in sé, non è ufficialmente censito come facente parte del patrimonio dell’umanità, ma la sua ubicazione nei pressi di Luxor e della Valle dei Re, sul territorio dell’antica Tebe, lo rende parte di un progetto di tutela più vasto.

Per parlare delle nuove raccomandazioni che il comitato scientifico di cui lei fa parte sta preparando, e in particolare della tutela dei cosiddetti HUL, Historic Urban Landscapes, ovvero “paesaggi storici urbani”, il caso di New Gourna può essere un esempio calzante… Pini: «In effetti, è vero. Da una parte abbiamo l’antica Tebe e la sua necropoli, siti facilmente comprensibili come facenti parte del patrimonio dell’umanità, che rispondono a una logica di tutela per così dire “classica”. E dall’altra abbiamo, sullo stesso territorio, un villaggio costruito soltanto una sessantina d’anni fa, ma che a sua volta merita di essere protetto: l’architettura di Fathy, tutta in mattoni crudi, con soluzioni ingegnose per la ventilazione e un approccio partecipativo nella realizzazione degli alloggi e degli spazi comuni, è estremamente interessante. Un approccio meno centrato sui “monumenti” e più attento al “paesaggio ” di questo territorio permette di considerare tutti questi elementi, corrispondenti a epoche differenti, come parti di un unico insediamento umano che si è modificato e stratificato nel corso del tempo, come se si trattasse di “quartieri” diversi di una stessa “città”. In questa visione olistica, la tutela di un singolo elemento perde di senso se non si tutela l’insieme. Certo, a livello di comunicazione è più facile far comprendere l’interesse per un singolo monumento o per un’area omogenea, ma la realtà è che già ora, sui circa 900 siti iscritti nella lista dei patrimoni culturali dell’umanità, circa 600 sono aree urbane, nelle quali per forza di cose si ritrovano elementi differenti per epoca storica, funzione e caratteri architettonici». Le difficoltà di comunicazione non nascono dall’accostamento nello stesso acronimo, HUL, di due parole apparentemente contraddittorie come “paesaggio” e “urbano”? Pini: «La parola landscape è effettivamente ambigua, poiché per molti evoca paesaggi naturali; ma pian piano la definizione di “paesaggio urbano” sta assumendo un suo senso specifico e di certo lo ha già da molti anni in seno all’UNESCO. Dal 2005, anno del Memorandum di Vienna, è ormai accettato quest’approccio integrato, che connette l’architettura contemporanea e il concetto di sviluppo sostenibile all’integrità dei paesaggi storici urbani pre-esistenti. Ed è interessante che questa nuova visione si applichi non soltanto ai nuovi siti che entrano nella lista dell’UNESCO, ma anche a tutti quelli che già ne facevano parte; e non soltanto alle aree urbane iscritte in quanto tali, ma anche a quelle che hanno monumento o aree del patrimonio mondiale all’interno dei loro territori urbani». Una nuova visione che richiede nuovi strumenti di tutela… Pini: «E’ questa la sfida ed è questa la ragione che ha spinto il Centro del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO a stilare una nuova “raccomandazione”. Tutelare un patrimonio storico è impossibile e addirittura privo di senso se non si tengono presenti le problematiche contemporanee. I problemi energetici, la difficile gestione delle risorse, il riscaldamento globale o l’urbanizzazione inarrestabile hanno inevitabilmente un impatto sulle aree urbane. Ecco perché già nella definizione di Historic Urban Landscapes si evidenzia che un paesaggio storico urbano non include soltanto gli immobili ma anche gli spazi aperti, inseriti nel loro contesto naturale ed ecologico. E si sottolinea che è questo insieme, questo landscape che va ben al di là dei centri storici come li si considerava tradizionalmente, ad avere modellato la società contemporanea e ad avere grande valore per la nostra comprensione di come viviamo oggi. La tradizionale divisione del patrimonio dell’umanità in “culturale” e “naturale”, a cui in tempi più recenti si era aggiunto il concetto di “immateriale”, è destinata a perdere progressivamente di senso in favore di un approccio che prenda in considerazione tutte queste caratteristiche in un insieme unico. Gli elementi di definizione si allargano: da una visione prevalentemente monumentale si passa al prendere in considerazione elementi come l’uso del suolo , l’organizzazione dello spazio, gli elementi visuali, la topografia, la vegetazione e tutti i dettagli dell’infrastruttura tecnica, compresi gli oggetti su piccola scala fino ai particolari di costruttivi. L’eredità patrimoniale, tangibile o intangibile che sia, in questa nuova ottica viene strettamente collegata al processo di cambiamento intrinseco a ogni insediamento umano. Le città contemporanee sono nella quasi totalità dei casi costruite su luoghi archeologici, ma a nessuno verrebbe in mente di radere al suolo le costruzioni del XIX secolo per “restaurare” la città medievale, o di distruggere la città medievale per far riemergere il villaggio neolitico. La stratificazione e il cambiamento fanno parte a tutti gli effetti del paesaggio storico, se si considera la storia non come una fotografia immutabile di un momento determinato bensì come una serie di eventi e di costruzioni, o distruzioni, che si susseguono nello stesso luogo. Il modo di usare lo spazio è cambiato e continuerà a cambiare: non tenerne conto e limitarsi a preservare gli oggetti architettonici come elementi avulsi dal contesto finirebbe con il trasformare le città in una sterile antologia di monumenti o in palcoscenici spettacolari per mettere in vista i monumenti stessi. Il paradosso, in questo caso, sarebbe che il patrimonio che si vuole preservare diventerebbe inutile, in quanto incomprensibile: gli eredi, le generazioni future a cui abbiamo voluto trasmetterlo non saranno più in grado di “leggerlo” per quello che è ma lo vedranno soltanto, nella migliore delle ipotesi, per quello che era». Il rischio, quindi, è di tramandare i “gioielli della nonna” soltanto perché questi finiscano col venire fusi? Pini: «Esatto! E’ esattamente questo. Purtroppo, è già accaduto e accade ancora. Penso per esempio a Zabid, nello Yemen, dove all’arrivo dei primi bulldozer per le operazioni di recupero si sono scatenati moti violenti. O a Samarcanda, che ho visitato recentemente , dove una malintesa tutela monumentale sta trasformando la città storica in una sorta di Disneyland, quasi un mausoleo personale del dittatore uzbeco. Sono due aspetti di una stessa realtà: il patrimonio è inscindibile dalla coscienza e dalla consapevolezza. Non si può imporre la tutela di una ricchezza che la popolazione non capisce, o della quale addirittura si vuole sbarazzare». Ma la domanda da parte di uno Stato di inserire un suo sito nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO non presuppone in sé un desiderio di protezione e quindi una consapevolezza? Pini: «Sì, ma non bisogna dimenticare che l’UNESCO, di per sé, non protegge nulla. Il suo ruolo non è questo, né ha i fondi necessari per farlo: è come l’ONU, ma senza i caschi blu… A titolo eccezionale, possono essere organizzate missioni come quella che stiamo preparando per New Gourna, o raccolte di fondi per progetti specifici, ma questi restano e devono restare casi isolati. Ottenere l’iscrizione di un sito non vuole dunque dire “metterlo al sicuro”: la tutela, la valorizzazione e tutta l’opera di sensibilizzazione restano a carico dello Stato nel cui territorio il sito si trova. Il compito del Comitato per il Patrimonio Mondiale è soltanto quello di garantire che gli Stati s’impegnino a tutelare il sito di cui hanno richiesto l’iscrizione». Attraverso quali strumenti? Pini: «Quando la lista venne creata, nel 1972, i dossier di presentazione erano smilzi: poche paginette in cui, per lo più, si descrivevano l’importanza del luogo o del monumento. Oggi i dossier sono ben più ponderosi e non basta più spiegare perché si vuole tutelare un patrimonio, ma bisogna anche e soprattutto illustrare come s’intende tutelarlo e con quali mezzi. I piani di gestione, fanno ormai parte dei dossier che vengono sottoposti al vaglio del Comitato del Patrimonio Mondiale dopo una valutazione da parte dell’ICOMOS (International Council on Monuments and Sites), e sono dunque diventati uno degli elementi determinanti per l’accettazione o meno di una candidatura. Uno degli obiettivi della “raccomandazione” sui “Paesaggi Storici Urbani” è anche proprio quello di fornire agli Stati gli strumenti per mettere a punto piani di gestione efficaci e coerenti. Dal 2002, il piano di gestione è diventato obbligatorio e decisivo non soltanto per le nominations, ma anche per i siti già iscritti. Quindi non basta più l’espressione di un riconoscimento e di una volontà locale, regionale o nazionale di giustificare l’ “eccezionale valore universale” di un luogo, ma presuppone anche una strategia di tutela e valorizzazione già in atto, per garantire la conservazione del sito nella sua autenticità e/o integrità. Come una legge retroattiva, ciò vincola tutti, che si tratti di nuovi o di vecchi siti, a fornire gli stessi elementi: i criteri proposti per l’iscrizione, un’analisi dello stato di conservazione e dei fattori di rischio, un’illustrazione delle misure prese per proteggere e gestire il bene e un piano di gestione, con le misure e gli indicatori per il monitoraggio. Naturalmente, su scala mondiale, ciò corrisponde a realtà ben differenti. In Europa -e, va detto, in particolare in Italia- le misure di tutela risalgono a ben prima dell’iscrizione nella lista del patrimonio mondiale: si trattava dunque di rivedere ex-post piani e programmi di salvaguardia che già esistevano e funzionavano. In molti Paesi meno sviluppati, invece, l’iscrizione rappresenta la prima, e spesso l’unica, forma di protezione e quindi il piano di gestione creato per l’iscrizione è soltanto il primo passo di un lungo cammino. L’approccio HUL, in questo senso, diventa fondamentale, poiché allarga l’impegno di protezione da un singolo elemento a un’area più grande e più complessa, prendendo in considerazione non soltanto un insieme di pietre e mattoni ma il suo contesto geografico, ambientale, umano ed economico. In questo contesto più ampio, il tempo e il cambiamento entrano in gioco prepotentemente. La pietra o il mattone, in quanto tali, possono essere intoccabili: una realtà sociale complessa qual è un paesaggio storico urbano, invece, non accetta di essere immobilizzata. Il controllo del cambiamento diventa dunque un obiettivo primario: non si tratta soltanto di applicare la logica del “salviamo il salvabile”, ma piuttosto di accettare l’evoluzione dei luoghi come valore dei luoghi stessi. Per i restauratori e i conservatori è un cambiamento di visione drammatico, poiché accetta un concetto finora estraneo alla tutela patrimoniale: il rinnovamento. Ma è proprio la gestione delle trasformazioni e del cambiamento che permette di non disperdere il patrimonio ma al contrario di integrarlo in una realtà che o muta o muore. Venezia e le città-museo sono qui per ricordarcelo: se un paesaggio storico urbano si svuota della sua popolazione e delle sue funzioni, diventa soltanto una vetrina. Resta la storia, ma si perdono il contesto urbano e il paesaggio umano che erano alla base della ricchezza patrimoniale. Ovviamente non sto dicendo che Venezia rischia di essere esclusa dal patrimonio dell’umanità: il suo valore universale e la sua unicità sono universalmente riconosciuti. Ma le sorprese non mancano: pensiamo per esempio a Dresda, che nel 2004 era stata iscritta nella lista e nel 2009 ne è stata depennata, a causa di un nuovo ponte sull’Elba. Ebbene, in questo caso il cambiamento è stato considerato incompatibile con i criteri proposti per l’iscrizione, che erano basati in particolar modo sulla eccezionalità di un “paesaggio culturale” e sulla relazione tra la città e il fiume». Quando sarà adottata la nuova raccomandazione? Pini: «Alla fine del 2011, come previsto dal calendario dei lavori. Il draft finale, a cui hanno contribuito positivamente molti comitati nazionali, con apporti molto interessanti da parte degli Stati Uniti, della Cina e di vari Paesi asiatici, è in questo momento nelle mani degli Stati membri per una lettura finale e per le ultime annotazioni». Lei, personalmente, è ottimista? Pini: «Nel complesso, sì: penso che l’approccio HUL rappresenti un importante passo avanti nella storia della gestione del patrimonio dell’umanità. E poi, sono ottimista per natura, come tutti gli urbanisti: in caso contrario, non potremmo fare un mestiere che consiste nel progettare il futuro». 2012-09-11 08:28:29 This text approaches the so-called Historic Urban Landscapes (HUL), the more recent complex way to deal with large and living urban heritage. Since 2005 – the year of the Unesco’ Memorandum of Vienna – the use of “urban landscape” is accepted and it symbolizes an integrated approach to the ‘usual’ urban heritage; that introduces both, recent and contemporary architecture and the notion of sustainable development at the heart of conservation of pre-existing historical urban fabrics. This concept is applied both to new sites entering the Unesco’ list and to the already labeled sites, even if the heritage site is listed as world heritage “spot” monument and not as a territory. The application of this notion of HUL allows the integration of all those elements in the planning process and safeguard strategy. It enables the integration of the “neighborhood" value and a dynamic approach to the heritage development and preservation. Several contemporary cities are settled on archaeological sites and no one imagines the demolition of the nineteenth century buildings to "restore" the medieval city; or to destroy the medieval city to resume the Neolithic village. Both stratification and changes belong to nowadays historical urban landscape. At the same time, in this large context, time and change become effective players. Stones or bricks may be untouchable; but the complex social reality which is a historical urban landscape, however, refuses to be immobilized. Transformations control is therefore a primary objective and the acceptation of the evolution becomes compulsory. It is a dramatic change in the conservation vision because it accepts a new concept: the renewal.   The new vision requires new means and instruments; this is the reason that prompted the World Heritage Centre of UNESCO to draft a new "recommendation". The heritage management plan is now an unavoidable part of safeguard strategy and one of the objectives of the "recommendation" on "Historic Urban Landscapes" is precisely to supply an appropriate tool to States interested in developing some management plans for their heritage sites.

«Chiedo scusa per il ritardo: ieri è crollato un immobile a New Gourna e stiamo cercando d’organizzare una missione d’urgenza…». L’intervista incomincia così, in un clima da pronto soccorso: il comitato scientifico dell’UNESCO, di cui il professor Daniele Pini fa parte, è virtualmente riunito al capezzale del villaggio egiziano costruito da Hassan Fathy tra il 1946 e il 1952 e da qualche mese oggetto di un programma di recupero lanciato con l’aiuto del Comitato per il Patrimonio Mondiale. Il sito egiziano di New Gourna, in sé, non è ufficialmente censito come facente parte del patrimonio dell’umanità, ma la sua ubicazione nei pressi di Luxor e della Valle dei Re, sul territorio dell’antica Tebe, lo rende parte di un progetto di tutela più vasto.

Per parlare delle nuove raccomandazioni che il comitato scientifico di cui lei fa parte sta preparando, e in particolare della tutela dei cosiddetti HUL, Historic Urban Landscapes, ovvero “paesaggi storici urbani”, il caso di New Gourna può essere un esempio calzante… Pini: «In effetti, è vero. Da una parte abbiamo l’antica Tebe e la sua necropoli, siti facilmente comprensibili come facenti parte del patrimonio dell’umanità, che rispondono a una logica di tutela per così dire “classica”. E dall’altra abbiamo, sullo stesso territorio, un villaggio costruito soltanto una sessantina d’anni fa, ma che a sua volta merita di essere protetto: l’architettura di Fathy, tutta in mattoni crudi, con soluzioni ingegnose per la ventilazione e un approccio partecipativo nella realizzazione degli alloggi e degli spazi comuni, è estremamente interessante. Un approccio meno centrato sui “monumenti” e più attento al “paesaggio ” di questo territorio permette di considerare tutti questi elementi, corrispondenti a epoche differenti, come parti di un unico insediamento umano che si è modificato e stratificato nel corso del tempo, come se si trattasse di “quartieri” diversi di una stessa “città”. In questa visione olistica, la tutela di un singolo elemento perde di senso se non si tutela l’insieme. Certo, a livello di comunicazione è più facile far comprendere l’interesse per un singolo monumento o per un’area omogenea, ma la realtà è che già ora, sui circa 900 siti iscritti nella lista dei patrimoni culturali dell’umanità, circa 600 sono aree urbane, nelle quali per forza di cose si ritrovano elementi differenti per epoca storica, funzione e caratteri architettonici». Le difficoltà di comunicazione non nascono dall’accostamento nello stesso acronimo, HUL, di due parole apparentemente contraddittorie come “paesaggio” e “urbano”? Pini: «La parola landscape è effettivamente ambigua, poiché per molti evoca paesaggi naturali; ma pian piano la definizione di “paesaggio urbano” sta assumendo un suo senso specifico e di certo lo ha già da molti anni in seno all’UNESCO. Dal 2005, anno del Memorandum di Vienna, è ormai accettato quest’approccio integrato, che connette l’architettura contemporanea e il concetto di sviluppo sostenibile all’integrità dei paesaggi storici urbani pre-esistenti. Ed è interessante che questa nuova visione si applichi non soltanto ai nuovi siti che entrano nella lista dell’UNESCO, ma anche a tutti quelli che già ne facevano parte; e non soltanto alle aree urbane iscritte in quanto tali, ma anche a quelle che hanno monumento o aree del patrimonio mondiale all’interno dei loro territori urbani». Una nuova visione che richiede nuovi strumenti di tutela… Pini: «E’ questa la sfida ed è questa la ragione che ha spinto il Centro del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO a stilare una nuova “raccomandazione”. Tutelare un patrimonio storico è impossibile e addirittura privo di senso se non si tengono presenti le problematiche contemporanee. I problemi energetici, la difficile gestione delle risorse, il riscaldamento globale o l’urbanizzazione inarrestabile hanno inevitabilmente un impatto sulle aree urbane. Ecco perché già nella definizione di Historic Urban Landscapes si evidenzia che un paesaggio storico urbano non include soltanto gli immobili ma anche gli spazi aperti, inseriti nel loro contesto naturale ed ecologico. E si sottolinea che è questo insieme, questo landscape che va ben al di là dei centri storici come li si considerava tradizionalmente, ad avere modellato la società contemporanea e ad avere grande valore per la nostra comprensione di come viviamo oggi. La tradizionale divisione del patrimonio dell’umanità in “culturale” e “naturale”, a cui in tempi più recenti si era aggiunto il concetto di “immateriale”, è destinata a perdere progressivamente di senso in favore di un approccio che prenda in considerazione tutte queste caratteristiche in un insieme unico. Gli elementi di definizione si allargano: da una visione prevalentemente monumentale si passa al prendere in considerazione elementi come l’uso del suolo , l’organizzazione dello spazio, gli elementi visuali, la topografia, la vegetazione e tutti i dettagli dell’infrastruttura tecnica, compresi gli oggetti su piccola scala fino ai particolari di costruttivi. L’eredità patrimoniale, tangibile o intangibile che sia, in questa nuova ottica viene strettamente collegata al processo di cambiamento intrinseco a ogni insediamento umano. Le città contemporanee sono nella quasi totalità dei casi costruite su luoghi archeologici, ma a nessuno verrebbe in mente di radere al suolo le costruzioni del XIX secolo per “restaurare” la città medievale, o di distruggere la città medievale per far riemergere il villaggio neolitico. La stratificazione e il cambiamento fanno parte a tutti gli effetti del paesaggio storico, se si considera la storia non come una fotografia immutabile di un momento determinato bensì come una serie di eventi e di costruzioni, o distruzioni, che si susseguono nello stesso luogo. Il modo di usare lo spazio è cambiato e continuerà a cambiare: non tenerne conto e limitarsi a preservare gli oggetti architettonici come elementi avulsi dal contesto finirebbe con il trasformare le città in una sterile antologia di monumenti o in palcoscenici spettacolari per mettere in vista i monumenti stessi. Il paradosso, in questo caso, sarebbe che il patrimonio che si vuole preservare diventerebbe inutile, in quanto incomprensibile: gli eredi, le generazioni future a cui abbiamo voluto trasmetterlo non saranno più in grado di “leggerlo” per quello che è ma lo vedranno soltanto, nella migliore delle ipotesi, per quello che era». Il rischio, quindi, è di tramandare i “gioielli della nonna” soltanto perché questi finiscano col venire fusi? Pini: «Esatto! E’ esattamente questo. Purtroppo, è già accaduto e accade ancora. Penso per esempio a Zabid, nello Yemen, dove all’arrivo dei primi bulldozer per le operazioni di recupero si sono scatenati moti violenti. O a Samarcanda, che ho visitato recentemente , dove una malintesa tutela monumentale sta trasformando la città storica in una sorta di Disneyland, quasi un mausoleo personale del dittatore uzbeco. Sono due aspetti di una stessa realtà: il patrimonio è inscindibile dalla coscienza e dalla consapevolezza. Non si può imporre la tutela di una ricchezza che la popolazione non capisce, o della quale addirittura si vuole sbarazzare». Ma la domanda da parte di uno Stato di inserire un suo sito nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO non presuppone in sé un desiderio di protezione e quindi una consapevolezza? Pini: «Sì, ma non bisogna dimenticare che l’UNESCO, di per sé, non protegge nulla. Il suo ruolo non è questo, né ha i fondi necessari per farlo: è come l’ONU, ma senza i caschi blu… A titolo eccezionale, possono essere organizzate missioni come quella che stiamo preparando per New Gourna, o raccolte di fondi per progetti specifici, ma questi restano e devono restare casi isolati. Ottenere l’iscrizione di un sito non vuole dunque dire “metterlo al sicuro”: la tutela, la valorizzazione e tutta l’opera di sensibilizzazione restano a carico dello Stato nel cui territorio il sito si trova. Il compito del Comitato per il Patrimonio Mondiale è soltanto quello di garantire che gli Stati s’impegnino a tutelare il sito di cui hanno richiesto l’iscrizione». Attraverso quali strumenti? Pini: «Quando la lista venne creata, nel 1972, i dossier di presentazione erano smilzi: poche paginette in cui, per lo più, si descrivevano l’importanza del luogo o del monumento. Oggi i dossier sono ben più ponderosi e non basta più spiegare perché si vuole tutelare un patrimonio, ma bisogna anche e soprattutto illustrare come s’intende tutelarlo e con quali mezzi. I piani di gestione, fanno ormai parte dei dossier che vengono sottoposti al vaglio del Comitato del Patrimonio Mondiale dopo una valutazione da parte dell’ICOMOS (International Council on Monuments and Sites), e sono dunque diventati uno degli elementi determinanti per l’accettazione o meno di una candidatura. Uno degli obiettivi della “raccomandazione” sui “Paesaggi Storici Urbani” è anche proprio quello di fornire agli Stati gli strumenti per mettere a punto piani di gestione efficaci e coerenti. Dal 2002, il piano di gestione è diventato obbligatorio e decisivo non soltanto per le nominations, ma anche per i siti già iscritti. Quindi non basta più l’espressione di un riconoscimento e di una volontà locale, regionale o nazionale di giustificare l’ “eccezionale valore universale” di un luogo, ma presuppone anche una strategia di tutela e valorizzazione già in atto, per garantire la conservazione del sito nella sua autenticità e/o integrità. Come una legge retroattiva, ciò vincola tutti, che si tratti di nuovi o di vecchi siti, a fornire gli stessi elementi: i criteri proposti per l’iscrizione, un’analisi dello stato di conservazione e dei fattori di rischio, un’illustrazione delle misure prese per proteggere e gestire il bene e un piano di gestione, con le misure e gli indicatori per il monitoraggio. Naturalmente, su scala mondiale, ciò corrisponde a realtà ben differenti. In Europa -e, va detto, in particolare in Italia- le misure di tutela risalgono a ben prima dell’iscrizione nella lista del patrimonio mondiale: si trattava dunque di rivedere ex-post piani e programmi di salvaguardia che già esistevano e funzionavano. In molti Paesi meno sviluppati, invece, l’iscrizione rappresenta la prima, e spesso l’unica, forma di protezione e quindi il piano di gestione creato per l’iscrizione è soltanto il primo passo di un lungo cammino. L’approccio HUL, in questo senso, diventa fondamentale, poiché allarga l’impegno di protezione da un singolo elemento a un’area più grande e più complessa, prendendo in considerazione non soltanto un insieme di pietre e mattoni ma il suo contesto geografico, ambientale, umano ed economico. In questo contesto più ampio, il tempo e il cambiamento entrano in gioco prepotentemente. La pietra o il mattone, in quanto tali, possono essere intoccabili: una realtà sociale complessa qual è un paesaggio storico urbano, invece, non accetta di essere immobilizzata. Il controllo del cambiamento diventa dunque un obiettivo primario: non si tratta soltanto di applicare la logica del “salviamo il salvabile”, ma piuttosto di accettare l’evoluzione dei luoghi come valore dei luoghi stessi. Per i restauratori e i conservatori è un cambiamento di visione drammatico, poiché accetta un concetto finora estraneo alla tutela patrimoniale: il rinnovamento. Ma è proprio la gestione delle trasformazioni e del cambiamento che permette di non disperdere il patrimonio ma al contrario di integrarlo in una realtà che o muta o muore. Venezia e le città-museo sono qui per ricordarcelo: se un paesaggio storico urbano si svuota della sua popolazione e delle sue funzioni, diventa soltanto una vetrina. Resta la storia, ma si perdono il contesto urbano e il paesaggio umano che erano alla base della ricchezza patrimoniale. Ovviamente non sto dicendo che Venezia rischia di essere esclusa dal patrimonio dell’umanità: il suo valore universale e la sua unicità sono universalmente riconosciuti. Ma le sorprese non mancano: pensiamo per esempio a Dresda, che nel 2004 era stata iscritta nella lista e nel 2009 ne è stata depennata, a causa di un nuovo ponte sull’Elba. Ebbene, in questo caso il cambiamento è stato considerato incompatibile con i criteri proposti per l’iscrizione, che erano basati in particolar modo sulla eccezionalità di un “paesaggio culturale” e sulla relazione tra la città e il fiume». Quando sarà adottata la nuova raccomandazione? Pini: «Alla fine del 2011, come previsto dal calendario dei lavori. Il draft finale, a cui hanno contribuito positivamente molti comitati nazionali, con apporti molto interessanti da parte degli Stati Uniti, della Cina e di vari Paesi asiatici, è in questo momento nelle mani degli Stati membri per una lettura finale e per le ultime annotazioni». Lei, personalmente, è ottimista? Pini: «Nel complesso, sì: penso che l’approccio HUL rappresenti un importante passo avanti nella storia della gestione del patrimonio dell’umanità. E poi, sono ottimista per natura, come tutti gli urbanisti: in caso contrario, non potremmo fare un mestiere che consiste nel progettare il futuro».