lighting designer - a new profession

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During the last two decades, the new professional position of “lighting designer” was recognised as a real and effective one, even if the process of “enlightening” the urban architecture started at the beginning of the 20th century. 

The pioneer countries were the USA, where towers and skyscrapers were objects of special use of light since the thirties. In Europe, France that started with high symbolic elements like the Eiffel tower was the forerunner country. With the development of technologies and the growing supply of electricity, it was possible to enlarge the light mark on towns and urban areas; generally speaking, the use of light was planned to allow the use of public spaces even during the night; an effective milestone was the integration of the concept of using light into the landscape vision: the artificial light became one of the “material” component of buildings and open spaces. Lighting is nowadays a way to create night time sensations, something like an augmented reality able to take advantage of the dark pathos in order to improve the quality of the built environment. Rachele Borghi – geografa, Università Tor Vergata, Roma.

Un incontro con Francois Migeon, lighting designer. Société 8’18’’/Grandeur Nature www.grandeurnature-lumiere.com Se ‘mettere in luce’ è un’espressione di uso comune impiegata come sinonimo di uscire dall'ombra, di 'mettere in evidenza' quando non addirittura di ‘rivelare’ qualche cosa, c'è chi ha sostituito al senso figurato il senso proprio. C’è chi ha fatto della ‘messa in luce’ una vera e propria professione: il lighting designer. E se qualcuno pensasse che si tratti di una professione finalizzata esclusivamente alla spettacolarizzazione del centro-città con applicazione solo nel marketing urbano, si limiterebbe a considerare una parte del complesso universo che forma le lighting cultures Il mestiere del lighting designer è molto recente e la sua affermazione non risale a più di una quindicina di anni fa. Sebbene anche in passato fosse pratica diffusa l'illuminare gli edifici, soprattutto gli interni, con candele e candelabri, è solo dagli anni Trenta del XX secolo che questa pratica comincia ad avere finalità più complesse e, soprattutto, a colonizzare significativamente gli spazi aperti. La luce aveva praticamente la sola destinazione funzionale di illuminare le strade per facilitare la circolazione di veicoli e pedoni; gli edifici, quindi, ricevevano la luce in maniera indiretta e la loro mise en lumière era ancora agli albori. Nonostante i primi esempi risalgano all'inizio del XX secolo, è solo a partire dagli anni ottanta che si assiste ad una vera e propria presa di coscienza di come la luce possa giocare un ruolo di primo piano nella valorizzazione degli edifici.  In Francia, Paese precursore in Europa, uno dei primi esperimenti di illuminazione è quello della Tour Eiffel. Dopo un primo tentativo risalente al 1900, cominciarono a partire dalla seconda metà degli anni Venti, una serie di azioni di mise en lumière, le prime delle quali furono finanziate da André Citröen. Si assiste, così, ad un nuovo slancio nel cercare il modo migliore per utilizzare la luce nel mettere in scena lo spazio urbano. Sulla scia degli Stati Uniti, dove già dagli anni Trenta si illuminavano le torri, elementi fondamentali dello skyline urbano, la mise en lumière dei centri urbani europei comincia ad occupare un posto di primo piano nel marketing urbano. Si assiste ad un incremento degli edifici illuminati nel centro città che non coinvolge unicamente l’Europa ma che con modalità differenti si sparge in tutto il mondo, parzialmente trasportato dall’espansione coloniale e, più tardi, dallo sviluppo economico. In questo contesto, però, non bisogna confondere la mise en lumière con le proiezioni che hanno negli spettacoli ‘son et lumière’ la loro applicazione più nota. In questo caso, infatti, gli edifici hanno sostanzialmente un ruolo di supporto alle proiezioni e le loro pareti si limitano ad essere sfondo della rappresentazione. Protagonista è la storia raccontata, non l’edificio. Tra di essi, molto spesso, non intercorre nessuna relazione ed è la storia a creare l’evento, proiettata sugli edifici come al cinematografo. Quando invece l’architettura diviene il centro d’interesse, allora l’edificio assurge punto di riferimento del progetto di mise en lumière e l’evento luminoso gli viene costruito intorno, “addosso”. Questo cambiamento di prospettiva a cui fa seguito uno spostamento di baricentro, permette al lighting designer di progettare e costruire un evento che non sia temporaneo ma pensato in un’ottica di continuità nel tempo. Gli spettacoli son et lumière hanno una programmazione limitata nel tempo, dal momento che prevedono la ripetizione continua di una storia. La mise en lumière architecturale, invece, in molti occasioni mira a rendere l’edificio in sé un evento. Si tratta, in questo caso, di una mise en scène del patrimonio che non si limita alla piccola scala del quartiere in cui l’edificio è inserito ma che tende ad integrarsi nel tessuto urbano della città. In questo modo, l’evento non viene creato come qualcosa di staccato dal contesto, come un’isola di senso, bensì diventa esso stesso parte integrante della vita della città e dei suoi abitanti. In questo modo, quando tale operazione interessa quartieri marginalizzati o ‘dimenticati’ dall’amministrazione locale e dagli abitanti stessi, la mise en lumière permette all’architettura di ritornare – o continuare, a seconda dei casi - a vivere[1] e contribuisce a creare un nuovo senso del luogo che conferisce un valore anche simbolico all’edificio stesso. Oggi siamo già entrati in quella che si potrebbe definire una ‘seconda fase’ della mise en lumière, una fase in cui l’attenzione all’impatto dell’illuminazione si estende dal solo edificio e spinge la riflessione sulle ricadute dirette e indirette dell’azione sul territorio, riflessioni che vengono affrontate al momento della progettazione; una fase in cui le questioni ambientali (consumo energetico e inquinamento visivo) insieme a quelle sociali (conseguenze sulla popolazione locale, concetto di abitare, cambiamento di senso del luogo, riappropriazione dello spazio urbano, consenso) giocano un ruolo centrale. Ormai non è, infatti, più possibile operare su di un singolo edificio senza tener conto del contesto nel quale è inserito. Il cambiamento di prospettiva ha così portato a prendere in considerazione scale di intervento e riferimento sempre più ampie. Ma chi è il/la Lighting designer? Come accennato precedentemente, la professione di Lighting designer è recente. Fino a qualche decennio fa non esisteva una figura professionale ben definita. A partire dalla fine del secolo scorso si assiste invece ad una vera e propria sperimentazione dell'uso della luce e della sua applicazione nella valorizzazione diretta dello spazio urbano e dei suoi elementi architettonici di particolare interesse. I primi Lighting designer compaiono sul mercato circa 25 anni fa, affermandosi nella realizzazione di illuminazioni interne finalizzate prioritariamente agli spazi museali che richiedevano un uso della luce estremamente specifico. Si trattava perlopiù di tecnici, con una netta prevalenza di ingegneri. Solo in un secondo momento ad essi si affiancano i tecnici dello spettacolo. È con essi che la mise en lumière riceve il suo impulso più importante. Questi ultimi hanno il merito di aver allargato la visione della professione e i suoi ambiti di applicazione, applicando le tecnologie sviluppate soprattutto in spazi chiusi (teatri e palchi) a agli spazi aperti, i centri urbani. La città nel suo complesso diventa luogo dell'espressione della creatività artistica per eccellenza; la prospettiva concettuale viene spostata dalla lumière spectaculaire alla lumière architecturale. In questo contesto, alcuni Lighting designer hanno cominciato a lavorare sull’idea che la luce non rappresentasse semplicemente un modo per estendere il giorno nella notte e per creare una continuità temporale tra questi due momenti. La notte, infatti, ha un forte potenziale nello stimolare specifiche letture e interpretazioni di edifici e spazi, complementari o, a volte, conflittuali con quelle diurne. Un approccio originale prende così vita e va ad influenzare in maniera determinante lo sviluppo della professione e il suo rapporto con patrimoniale gli oggetti patrimoniali. L’installazione luminosa non ha più la sola funzione di illuminare ma assurge a strumento per la creazione di qualcosa di nuovo. Questa trasformazione riesce, a volte, a dare avvio ad un processo di risignificazione dell'edificio e del suo contesto urbano. Non esiste per il momento una formazione specifica diventare alla professione di Lighting designer. Se i pionieri, come si diceva, provengono dal mondo dello spettacolo e dall'ingegneria, col tempo ad essi si sono aggiunti artisti plastici, architetti e infine paesaggisti. La mancanza di una formazione unica può sembrare una debolezza della professione; in realtà rappresenta il suo valore aggiunto, nel momento in cui le diverse formazioni rendono un'équipe forte e competitiva nel rispondere ai bandi di concorso. Inoltre, un’équipe multidisciplinare dalle diverse professionalità è facilitata nella comunicazione verso l’esterno, in particolare verso i cittadini coinvolti nei progetti di riqualificazione urbana. La Professional Lighting Designer’ Association segnala più di 200 Lighting designer che operano in tutto il mondo, mentre dal 1995, i Lighting Designer francesi si sono costituiti in associazione, l’Association des concepteurs lumière et éclairagistes (www.ace-fr.org), che conta oggi circa 150 membri. Patrimonio architettonico e mise en lumière  La mise en lumière può, come si è visto, giocare un ruolo di primo piano nella valorizzazione del patrimonio architettonico di una città. Se consideriamo il patrimonio recente, la mise en lumière deve valutare tanto la sua struttura di un edificio quanto i materiali che lo compongono. Ogni stile architettonico, infatti, richiede una risposta particolare. Secondo François Migeon “L’architecture est une enveloppe au service d’un bâtiment qui accueille une activité. La lumière aide à comprendre sa fonctionnalité tout en lui allouant une identité. Naturelle, elle est intégrée au projet architectural, artificielle, elle contribue à définir le rôle de chaque espace. Longtemps, on a opposé les deux notions, mais aujourd’hui, les concepteurs lumière et les architectes ont bien pris conscience de la nécessité de prendre en compte la lumière du jour et l’éclairage artificiel très en amont du projet”. L’illuminazione si concentra sulla struttura dell'edificio per metterne in valore gli elementi architettonici e di svelare l'idea, il concetto strutturale che sta alla base della sua concezione e costruzione. Prendendo invece in considerazione i materiali, bisogna distinguere in particolare gli opachi dai trasparenti, il cemento dal vetro. Nel primo caso, trattandosi di un’architettura improntata sulla massa, l’illuminazione deve essere esterna, può celebrare la materia, arrivando sino a mettere in evidenza proprio le imperfezioni che la caratterizzano. È la materia stessa che assume un ruolo da protagonista, e permette di concretizzare ricerche e sperimentazioni che hanno caratterizzato la storia dell'architettura. I materiali trasparenti, al contrario, seguono norme dettate dalle loro caratteristiche fisiche e “sfuggono” all’illuminazione diretta. Permettono – quando non obbligano – di giocare e mettere in risalto proprio le trasparenze più o meno accentuate. Nel caso dell’illuminazione di torri moderne, dotate di grandi superfici vetrate, l’applicazione di nuove illuminazioni permette di dare nuova vita sia agli interni che agli involucri che si offrono a nuovi sguardi. La storia dell'architettura è ricca di forme che seguono molteplici schemi e regole dettati sia dalla disciplina che dalla geo-localizzazione degli edifici, prodotti di culture differenti o trasposte. Per il Lighting designerdivengono terreni di prova, di sperimentazione della creatività e di ricerca di soluzioni originali. Se, infatti, le pratiche della mise en lumière sono affidate a tecniche e tecnologie riproducibili e proponibili in ogni contesto geografico i progetti vanno modificati, adattati, rivisti, ricontestualizzati, ridiscussi e, a volte, addirittura ricreati. La tecnologia è utilizzabile ovunque, il concetto è sempre originale. Indubbiamente però l’impronta del Lighting designer è riconoscibile, come lo è quella dell’architetto, perché molti sono gli elementi che vanno influenzano il suo processo di creazione (il contesto, la singola personalità, le aspirazioni, le prospettive, le emozioni). Ogni edificio ha una storia, in parte legata alla posizione che occupa nel contesto urbano. Il Lighting designer si trova a volte a dover ‘far uscire’ l’edificio, farlo risaltare per portarlo ad occupare una posizione più evidente nel quartiere. La mise en lumière allora non si limita a valorizzare l’edificio in sé e a renderlo più attraente, innesca invece un meccanismo complesso mirato ad instillare nell’osservatore la voglia di tornare sul posto per vedere ‘cosa succede’ durante il giorno, quando l’edificio non è illuminato artificialmente. In questo modo inverte una sequenzialità quotidiana che ci è propria dalla notte dei tempi. Il museo Fabre di Montpellier – illuminato da François Migeon nel 2007 - ne è un esempio significativo. L’illuminazione specifica mirava ad valorizzare la sua posizione, aumentandone la “centralità” essendo la sua posizione percepita come eccessivamente marginale. La luce ha portato l’attenzione verso il museo con un percorso graduale; stimola il passante nella ricerca e nella scoperta dell'edificio. ‘Aggredire’ le persone che gli passano vicino sarebbe un grave errore, anche perché non rispetterebbe la ‘riservatezza’ che caratterizza certi edifici e l’intimità della loro posizione. Lo spettatore deve sentirsi, al contrario, un testimone privilegiato e la luce lo guida in una scoperta graduale dell’edificio, delle sue forme, della sua storia, per renderlo infine un attore della vita che scorre al suo interno. Diverso è il caso di quegli edifici simbolici che sono elementi chiave dello skyline di una città. La luce deve attrarre lo sguardo dello spettatore 'da lontano', da molto lontano, focalizzandolo su un punto preciso del paesaggio urbano. In questo modo va formandosi un’immagine della città che valorizzerà la presenza di quel determinato edificio conferendogli, o ridonandogli, un ruolo centrale. Ne sono un esempio la tour Perret ad Amiens o la tour Joussieu a Parigi. Da questo quadro generale si discosta il caso cinese che meriterebbe un discorso a parte e che, intendendo esprimere un’idea di modernità attraverso la creazione di uno spazio illuminato quasi futuristico, presenta un paesaggio urbano notturno uniforme e invasivo, con edifici illuminati interamente, dall'alto al basso. È qui evidente il rapporto, molto trattato in letteratura, tra ilmarketing urbano e l'affermazione dell'identità nazionale, in cui l'uso della luce gioca ormai un ruolo di primo piano. Mise en lumière e marketing urbano Nella corsa all'attrazione di investimenti internazionali e di capitali in cui si sono lanciate le città globali nell'ultimo decennio, la creazione di eventi culturali è considerata una condizione essenziale del successo. La luce riveste un ruolo importante perché permette di mettere in risalto lo spazio urbano e di contribuire al cambiamento di immagine di una città modificando anche la percezione che di essa ha il pubblico internazionale. Per questa ragione, molte città hanno puntato sulla mise en lumière. A differenza delle grandi opere di trasformazione urbana, infatti, un progetto di mise en lumière permette di apportare un rapido cambiamento attraverso una realizzazione veloce e costi contenuti. Lo dimostra, ad esempio, il caso di Bordeaux il cui sindaco, grazie ad un iniziale progetto di mise en lumière ha potuto avviare un progetto di riqualificazione urbana sul lungo termine. La luce ha il potere di modificare e, se necessario, di edulcorare il contesto, di nascondere i dettagli negativi, i segni di abbandono che la luce del giorno invece rende evidenti. È Venezia il caso principe di questa situazione, la sua immagine notturna è sempre uno spettacolo impressionante e emozionante che ripropone e rinnova tutte le immagini referenti di cui si nutre il nostro immaginario, anche quando l’intorno è caratterizzato da edifici assai degradati. Per questa ragione il marketing urbano utilizza sovente le immagini notturne delle città, in modo da costruire un messaggio capace di esaltare l’esperienza di vita offerta dalla notte ai suoi visitatori. Parigi, Shangai, Marrakech danno un largo spazio alla loro iconografia notturna perché questa aumenta la loro attrattività generale e la rende globalmente più competitiva. Allo stesso tempo, la mise en lumièrecontribuisce all’aumento della partecipazione dei cittadini alla vita della propria città perché, in molti casi, permette loro di riconciliarsi col proprio patrimonio e con lo spazio urbano in generale che non riesce ad essere vissuto in modo compiuto durante la giornata, a causa delle frenetiche attività urbane. La luce, infatti, permette alle persone di sviluppare la sensazione di assistere ad un evento, di costruirsi l’idea che ‘finalmente succeda qualcosa’ e che, di conseguenza, la città ritorni a vivere e sia più appropriabile. Attraverso l’uscita degli edifici dall'oscurità e l’aumento della loro visibilità, l’illuminazione permette di innescare processi di (ri)composizione e (ri)significazione degli spazi urbani, con la (ri)appropriazione del patrimonio da parte dei suoi abitanti. La luce militante: mise en lumière e impegno sociale. Il potenziale di visibilità e di uscita dall'ombra che acquista un edificio grazie alla sua illuminazione ha portato a concepire progetti di mise en lumière finalizzati alla salvaguardia del patrimonio culturale. Non sono rari i casi in cui la luce è stata usata come strumento di militanza da parte di associazioni o gruppi di cittadini per impedire la demolizione di edifici o di interi quartieri. Creare un evento e animare uno spazio attraverso la luce significa, infatti, portare quello spazio all'attenzione dell'opinione pubblica e della politica, farlo uscire dall'anonimato e innescare un percorso anche mediatico che può frenare il processo di distruzione o di riconversione quando non addirittura arrestarlo. La luce ha anche un forte potenziale nel favorire la riappropriazione da parte della comunità locale di luoghi carichi di significato, come sono, ad esempio, quelli segnati da episodi bellici. In Bosnia Erzegovina, nel villaggio di Stolac, Francois Migeon ha realizzato un intervento volontario in collaborazione col Centro culturale francese e il paesaggista Gilles Clément. Hanno lavorato per un anno in questa piccola città che vanta un patrimonio interessante, al fine di permettere alle persone di riappropriarsi di quei luoghi che le vicende belliche hanno loro tolto e di riconquistare il diritto di usare quei territori martoriati. Il lavoro di ricostituzione del paesaggio è molto lungo. Per questa ragione Clément ha chiesto un intervento di mise en lumière che fosse realizzabile rapidamente e avesse un effetto sul breve termine. Migeon è così intervenuto su tre siti: una cascata, un ponte e l'ingresso di un museo. La loromise en lumière ha permesso alle persone di (ri)vedere gli elementi di un paesaggio che ha via via ritrovato l’animazione. Gli abitanti di Stolac hanno visto la loro città riprender vita e hanno potuto godere dello spettacolo che essa ha loro offerto. Tale azione, che a prima vista può sembrare contingente e di breve durata, permette in realtà di innescare un meccanismo virtuoso di ricostruzione del paesaggio urbano e di riappropriazione da parte della popolazione locale. Perché allora non fare anche la mise en lumière delle rovine? Ci si chiede. “Era troppo presto – sostiene Migeon -, la ferita era ancora aperta, è un luogo troppo carico di significato, di dolore. Lo faremo l’anno prossimo dal momento che abbiamo messo in moto un percorso che è passato attraverso la messa in luce di siti considerati meno carichi di significato, come la cascata”. Anche grazie alla luce, una rovina può prendere un nuovo significato, vivere una nuova storia e aiutare a voltare pagina. Ma la luce può anche essere strumento di esercizio del potere. Le pubbliche amministrazioni spesso investono nell'illuminazione di edifici chiave del potere politico. Qualche problema nasce quando alla spettacolarizzazione del centro città si contrappone l'oblio dei quartieri più periferici. E' per contrastare questo aspetto che molti Lighting designer si battono, al fine di non contribuire con le loro realizzazioni alla creazione di città-cartolina, dove i cittadini e i turisti si spostano solo da un edificio illuminato all'altro del centro città che diviene un percorso privilegiato che permette di dimenticare le parti ‘in ombra’. È invece possibile lavorare per valorizzare i quartieri periferici, che richiedono fortemente un’illuminazione, e non solo per ragioni di sicurezza. Equipe formate da Lighting designer, urbanisti, architetti, tecnici e psicologi lavorano insieme per favorire, attraverso l’illuminazione, la creazione di nuove centralità[2][Ideas1] . Qualche spunto di riflessione La realizzazione di un progetto di mise en lumière non deve essere un evento momentaneo ma deve innescare un processo sul lungo termine. La vera sfida è quella di riuscire a perpetuare, a innescare processi virtuosi mirati alla durabilità. Si tratta di aiutare il paesaggio e l'architettura che lo compone a costruire un'altra storia, a giocare un ruolo di primo piano non solo in un contesto festivo ma nella quotidianità della vita nello spazio urbano. Le questioni cruciali, in questo contesto, sono legate alla sostenibilità dell'azione di mise en lumière, al suo impatto sociale, economico e ambientale. Di conseguenza, la ricerca in questo campo non affronta solo il problema del risparmio energetico, solo in parte risolto grazie alle nuove tecnologie, ma si pone la questione dell'inquinamento luminoso e della deperibilità dei materiali utilizzati. Sono questi gli aspetti da affrontare perché le realizzazioni non siano presto obsolete ma diventino col tempo parte integrante della città, si iscrivano in maniera durevole nel tessuto urbano. Rendere un'azione perenne significa dimostrare che la città non è 'debole' ma è capace di assorbire e integrare le azioni nuove ed esterne. E forti, di conseguenza, lo sono anche i suoi abitanti. Non è un caso che le comunità locali mostrino una crescente attenzione per le questioni legate all'illuminazione. Conoscere le modalità e i mezzi con i quali un quartiere viene illuminato significa permettere ai suoi abitanti di prevedere il suo sviluppo, di ipotizzare nuovi usi e immaginare nuove pratiche di appropriazione e frequentazione dei luoghi. « Du projet à la technologie, en passant par le design et la création, la conception lumière comprend de multiples aspects qui ouvrent de perspectives de développement dans les années à venir. On doit arriver à ne plus généraliser des espaces par la lumière mais à les qualifier selon leurs fonctions, leurs positions dans la ville, la manière dont ils vivent, leurs rythmes, tout ce qui peut identifier un espace » (François Migeon).


[1] Questo discorso si inserisce bene nell’attuale dibattito sul ruolo dell’abitare gli spazi patrimoniali urbani sottoposti a politiche di salvaguardia. [2] Significativa è l’esperienza dell’Associazione Concepteurs lumière sans frontières (www.concepteurslumiersansfrontieres.org) che ha intrapreso in Mali un processo di cooperazione con le autorità locali per l’illuminazione di alcune zone significative delle città di Bamako e Timboctou. Attraverso la formazione e la creazione partecipata di progetti di mise en lumière, l’associazione cerca di migliorare il rapporto con la città dei suoi abitanti e di operare un trasferimento di conoscenze basato sullo scambio, il dialogo e la valorizzazione delle culture locali.